mercoledì 29 dicembre 2010

Vade retro, ambulanza!

domenica 11 luglio 2004
2° Ecomaratona del Ventasso - Busana (Reggio Emilia)
Vade retro, ambulanza!

di Mario Liccardi

Decido di correre l’ecomaratona del Ventasso solo qualche giorno fa, causa una figlia costretta provvisoriamente a letto dopo un brutto incidente in motorino; si concede una pausa anche mia moglie, in verità alquanto restia ad abbandonare la figlia. Rita non ti preoccupare, Claudia se la cava anche senza la mamma, ci sono gli amici, don’t worry; si sa come sono le mamme, è come se avessero sempre i figli in grembo a fluttuare nel liquido amniotico.
Così sabato pomeriggio, dopo le ultime raccomandazioni alla figlia allettata, l’ennesimo controllo che sia tutto OK, gas chiuso, gatti a nanna sul divano anziché dentro gli armadi o nella lavastoviglie e batterie dei telefonini cariche, ci decidiamo ad uscire da quella benedetta porta di casa con destinazione Busana.
Arriviamo dopo circa due ore, un salto all’albergo e via verso Cervarezza, graziosa località termale, per il “pasta party” serale; il menù comprende pasta al pomodoro, Lambrusco a volontà, salumi, formaggio e ottima crostata alla marmellata.
Ci sono gli amici podisti organizzatori Rosy Manari e il sempre sorridente Vincenzo “Felice” Castellano, che con Paolo Rubbi, Franco Carati e consorti, provvisti di canotta rossa, si danno un gran daffare per la riuscita della festa; c’è il tavolo Saharawi con baby Camilla, mitica figlia di Leo e Sandra, che appena mi vede lancia uno strillo, forse per il mio aspetto un po’ trasandato e barba incolta.
Fa freddo, il bollettino meteo preannuncia per domani tempo nuvoloso e probabili temporali nel pomeriggio, saluti a tutti, ci ritiriamo a nanna in albergo.
Domenica mattina sveglia alle 6, il tempo è bello ma nuvole minacciose fanno capolino dalla cima dei monti, l’esperto oste del luogo che la sa lunga ci tranquillizza e predice che il temibile Ventasso non giocherà brutti scherzi, il tempo resterà bello.
Arriviamo in piazza a Busana verso le 7 e mezza; ci sono praticamente già tutti, tranne alcuni podisti persi nell’inferno dell’autostrada che aspetteremo diligentemente ritardando la partenza di circa 20 minuti. Ci sono “marziani” come SuperMario Ardemagni, fresco di record nell’ultima 100 km del Passatore e SuperMonica Casiraghi che ormai, quando corre, toglie la suspense sul nome della possibile vincitrice; non mancano Giuseppe Togni e William Govi, capiclassifica per maratone ultimate, e ci sono tanti altri che partecipano per il gusto “ecologico” di passare una giornata nella natura e misurarsi con le difficoltà di una corsa comunque molto dura.
Memore del rimpianto di non avere ricordi fotografici della splendida ecomaratona abruzzese dei Marsi dello scorso anno, corro con in mano la fotocamera digitale, anche se ho qualche perplessità per via di possibili cadute.
Una prima sgambata turistico-promozionale per Busana, poi un assaggio di quello che verrà, un circuito di circa 8 km di media difficoltà che ci porta da Busana (m 850 s.l.m.), verso Cervarezza, Camping Le Fonti e ritorno a Busana, con gran premio della montagna a m 1100 s.l.m.
La giornata è bella e fresca, la temperatura ideale, il percorso è in buona parte fra boschi, ruscelli e “sentieri del lupo”, come recita il depliant della corsa; le gambe girano bene, mi diletto a fotografare paesaggi e podisti, incantato dalla bellezza e suggestione dell’alto Appennino reggiano.
Poco dopo Busana ecco Nismozza, piccolo borgo montanaro con tipiche case in pietra; qui l’ecomaratona inizia per davvero, i valori si livellano e si procede rigorosamente di passo. Mi ritrovo in un gruppetto di podisti fra i quali spicca Jolanda, giovane e simpatica ragazza del ’55, madre e nonna felice, che arriverà in 6h 35’ terza di categoria. Con nonnetta Jolanda scaliamo insieme l’Everest, pardon il Ventasso, fino al rifugio Santa Maria (m 1550 s.l.m.).
Il cielo è azzurro intenso e la vetta è lì a portata di mano, vedo un gruppetto in fila indiana che marcia verso la cima del Ventasso, penso di raggiungerli in pochi minuti, ma la delusione è profonda quando mi accorgo che il sentiero si biforca, i marciatori che si intravedono sono gitanti domenicali, il percorso podistico devia invece a destra, a picco verso il lago Calamone.
Lì per lì accarezzo l’idea di fare una breve deviazione in vetta, poi in uno sprazzo di lucidità mi rendo conto che non sono ancora a metà corsa, pazienza, conquisterò la vetta un’altra volta durante uno dei prossimi week-end.
Dopo qualche chilometro di discesa il paesaggio improvvisamente si apre e compare il lago Calamone, immerso nel Parco del Gigante; al rifornimento ci sono i primi podisti ritirati che aspettano i mezzi di soccorso. Il paesaggio è da favola, percorro il periplo camminando piano e scattando molte foto, per assaporare meglio i riflessi dell’acqua e la suggestione di quel meraviglioso e incontaminato ambiente lacustre d’alta quota.
Estasiato e come in trance, sento strillare da dietro; mi giro verso chi sta interrompendo l’incanto del luogo e vedo in lontananza un tale in canotta rossa che si sbraccia facendomi capire che ho preso una direzione sbagliata. Ringrazio, anche se sono un po’ seccato di dover abbandonare il lago e ricominciare a salire, ma tant’è, la ricreazione è finita.
Si sale per poco, inizia la discesa infinita che porta al rifugio Pratizzano, discesa da percorrere rigorosamente con i freni tirati, formata da sentieri del lupo, pietraie e mulattiere con pendenze anche del 45%, veri e propri percorsi di guerra spaccagambe, irti di mille trabocchetti che mettono a dura prova piedi, caviglie e ginocchia dei poveri podisti non avvezzi alle tecniche estreme del trail running.
Ricordo la concentrazione per non inciampare nelle radici che spuntano improvvisamente come funghi e per scansare i sassi tutti rigorosamente appuntiti; ma vicino ai sassi c’e il trucco, il terreno sconnesso è pieno di insidiosi “buchi neri” ricoperti dall’erba; proprio in uno di questi buchi neri sprofondo inesorabilmente e mi ritrovo a gambe all’aria, con faccia e mano sinistra nella polvere ma con mano destra alzata, tre dita che serrano nel palmo la fotocamera e indice e medio tesi a V in segno di vittoria. La fotocamera è salva ma fronte e mano sono gonfie e sanguinanti; fortunatamente Camilla, mitica figlia di Leo e Sandra, non è nei paraggi, altrimenti sai che strilli.
Non mi vede Camilla, ma mi vedono due ragazzi in canotta rossa dell’organizzazione che, senza chiedere permesso e con una certa invadenza si precipitano a soccorrermi, mi curano amorevolmente disinfettandomi le ferite e lanciano un S.O.S. telefonico a due ambulanze che stazionano nei pressi, alla faccia della privacy.
Mi libero dalla stretta delle canotte rosse e ricomincio a scendere ancora più cauto e guardingo di prima. Dietro una curva incontro la prima autoambulanza che mi aspetta al varco, due brutti ceffi si avvicinano minacciosi invitandomi al ritiro, no grazie, sarà per un’altra volta.
In vista del rifugio Pratizzano il sentiero si allarga, ecco la seconda autoambulanza, meno male che il tam-tam telefonico ha aggiornato il mio stato di salute! Questa volta i brutti ceffi si limitano a scrutarmi in volto senza rompermi più di tanto, e allora via verso Monte Miscoso con un'altra dose di discese mica male; finalmente arriva una torta formata da brevi tratti in falsopiano e salite leggere, condita con qualche ciliegina di asfalto benedetto.
Nel finale ritrovo un po’ di verve; i tanto temuti scalini del parco di Santa Lucia a 5 km dall’arrivo non mi turbano più di tanto. Fraternizzo con altri podisti corricchiando sia in salita che in discesa, raggiungo uno stracco William Govi e scatto una foto ad una bella vigilessa che dirige il traffico all’incrocio prima dell’arrivo. Chiudo in 6h 44’.
Che dire ragazzi, la maratona è stata dura, anzi durissima, ma va bene così, la ricompensa è stata una giornata indimenticabile; merito di tutte le canotte rosse dell’organizzazione disseminate lungo il percorso che, con entusiasmo e sacrificio, hanno permesso lo svolgimento di questa bellissima ecomaratona.

Nessun commento:

Posta un commento